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Alla c.a.

Don Gino D’Ovidio
Parroco di DURONIA

Nella ricorrenza del primo centenario dall’evento, domani nella cittadina americana di Monongah, alla presenza degli amministratori locali e del Governo della West-Virginia, si terrà la prima celebrazione in ricordo dei minatori caduti il 6 dicembre 1907.
Per il Molise, seguirà la cerimonia il Console Onorario di Pittsburgh, Joseph D’Andrea, appena rientrato negli Stati Uniti dopo aver rievocato questa immane tragedia dell’emigrazione italiana in diversi comuni molisani toccati dalla sciagura. Joseph, dal 1983, venuto a conoscenza per circostanza fortuita che nel più grande disastro minerario degli U.S.A. di tutti i tempi erano rimasti coinvolti tanti italiani e tanti molisani, avviò un’attività di ricerca tuttora in corso con lo scopo di restituire dignità a quegli uomini e alla loro storia.
E partendo dal documento allegato del Ministero del Lavoro americano del 1978 con i nomi delle vittime ha dovuto lavorare anni per risalire alla vera identità dei caduti. Infatti gli italiani, analfabeti o con un livello d’istruzione limitata, erano stati registrati secondo il suono delle parole in inglese. E quindi risalire da Joe Colross o da John Yanero agli effettivi nomi e cognomi è stato oltremodo difficoltoso.
Oggi gran parte di questo lavoro di ricerca fatta comparando i dati dei Consolati in America, delle parrocchie, della compagnia mineraria, del Comune di Monongah e di alcuni Musei ci aiutano a ricostruire il filo della memoria dai luoghi di origine, alle famiglie fino al giorno dell’esplosione della Miniera. Ma i frammenti di vita raccolti, le lettere, le storie di mille orfani e vedove, della causa che si concluse senza colpevoli o dei mancati risarcimenti ci fanno capire il quadro di una sofferenza umana che proseguì oltre il 6 dicembre del 1907.
Il Molise domani sarà a Monongah. Joseph ci rappresenta tutti. E fissando il pendio di una collina diventata cimitero dei caduti terrà insieme in un unico ricordo l’immagine dei comuni da dove partirono quei minatori e il luogo in cui finì il sogno americano di tanti emigranti.
E tra i nostri paesi penserà a Duronia, il centro con più vittime tra le 362 ufficiali. Ricorderà la vecchia e unica lapide messa nel cimitero nel 1908 a ricordo di questi minatori duroniesi. E la bella opera in bronzo realizzata da un’artista di Anzio originario di Duronia posta all’ingresso della Chiesa di S.Nicola e inaugurata il 16 agosto alla presenza di tante persone semplici e del Vescovo di Trivento.
Se è stato possibile, dopo cento anni di oblio, restituire onore ai caduti della miniera di Monongah attraverso una cerimonia celebrativa e l’apposizione di un monumento, questo lo si deve all’impegno della comunità parrocchiale di S. Nicola che ha raccolto i fondi e organizzato l’evento del 16 agosto.
Tale sensibilità merita un apprezzamento perché rende giustizia a quegli uomini che lasciarono Duronia in cerca dell’America e trovarono prima la schiavitù di un lavoro che facevano in totale nudità per l’elevato calore della miniera e poi la morte che portò con sé anche fanciulli di 12 anni e ben 11 componenti di una sola famiglia duroniese, i Di Salvo che restò sterminata.
Come ha sostenuto con emozione nel Suo intervento commemorativo i minatori di Duronia sono stati uccisi nuovamente dall’indifferenza dei posteri e dalla trascuratezza di quell’aspra terra d’origine incapace di trattenerli al di qua dell’Atlantico. Ed il nostro impegno deve servire a ricostruire la memoria insegnando nelle nostre scuole la storia dell’emigrazione con i suoi risvolti tragici come nel caso di Marcinelle o di Monongah. Perché questa è la nostra storia. E non vorrei che nel mentre il 2 dicembre prossimo il Parlamento degli Stati Uniti d’America presieduta da un oriunda molisana, Nancy Pelosi, si fermerà per ricordare i caduti e tra questi anche quelli del paese di Duronia che ne ha il tristissimo primato con 36 vittime, nel Molise e a Duronia non ci fosse un’adeguata attenzione all’evento.
Nel rinnovarLe il ringraziamento per l’opera meritoria intrapresa le porgo fraterni saluti.

Michele Petraroia